Intervista a Luisa Delll’Acqua, Coordinatrice dei Servizi Educativi di Cogess.
Nell’educativa domiciliare utilizzate spesso la parola “privilegio” per descrivere l’ingresso dell’educatore nelle case delle famiglie. Perché?
Privilegio, sì… Un termine che le educatrici e gli educatori di Cogess che frequentano le nostre equipe e formazioni si sentono ripetere spesso. Perché la prospettiva dell’ingresso in casa per effettuare interventi educativi è così ribaltata: protagoniste del progetto educativo sono le famiglie, che aprono le proprie porte per agire un cambiamento importante per il benessere di chi ci viene affidato.
Entrare nelle vite degli altri in modo così intimo, conoscere abitudini, stili, modi di abitare i propri spazi; poter osservare fatiche e limiti; posare lo sguardo sulle fragilità rappresentate (anche) da un divano consunto o da una dispensa vuota, da una camera eccessivamente disordinata o da un letto nella stanza sbagliata, è un atto da vivere con grande rispetto e attenzione, con empatia e totale assenza di pregiudizio.
È, quello dell’educatrice o educatore domiciliare, un lavoro che negli anni si è fatto sempre più complicato. Anzi no, non complicato: complesso.
Come si è evoluto nel tempo il servizio di educativa domiciliare?
Di cosa si trattava e di cosa si tratta? L’educativa domiciliare nasce negli anni Novanta, proprio a Milano, in via sperimentale, ponendosi come primo obiettivo quello di sostenere le famiglie che riaccolgono in casa minori che hanno vissuto un periodo in comunità d’accoglienza. Si evolve poi fornendo sostegno alle famiglie con fragilità, accompagnando i minori nei percorsi di crescita e al contempo lavorando affinché gli strumenti messi in campo siano appresi dagli adulti di riferimento, favorendone l’autonomia organizzativa e la corretta risposta ai bisogni dei minori.
Negli anni il servizio si estende a persone con disabilità e a giovani adulti, nella convinzione che il supporto educativo innestato sulla dimensione della quotidianità nei propri spazi di vita sia essenziale per ricomporre i nuclei familiari più fragili.
Lo strumento dell’educativa domiciliare è spesso indicato in molti provvedimenti del Tribunale per i Minorenni come primo presidio di sostegno e controllo in situazioni da attenzionare che non evidenziano gli estremi della necessità di un collocamento extra-familiare dei minori. Sempre più di frequente, poi, ed in particolare nell’ultimo decennio, l’assistenza educativa domiciliare è utilizzata come strumento di indagine psico-sociale, laddove alla figura educativa viene richiesta un’osservazione delle relazioni familiari nel quotidiano, che integra quanto avviene in altre “stanze” (il Servizio Sociale, gli spazi terapeutici…) dove confini e ruoli sono più definiti. Inoltre, con sempre maggiore frequenza l’educativa domiciliare diventa supporto al riavvicinamento con i genitori non conviventi, sia fungendo da ponte tra i momenti di incontro in setting definiti (Spazio Neutro) e territorio, sia intervenendo quando altri progetti di riavvicinamento si concludono per “tornare in famiglia”.
Quali cambiamenti avete osservato negli ultimi anni nelle richieste che arrivano ai servizi educativi?
Osserviamo che le richieste sono sempre più legate alla Tutela dei Minorenni e sempre meno pensate in chiave preventiva: gli interventi vengono aperti frequentemente in situazioni di emergenza o per rispondere a una prescrizione urgente da parte del Tribunale.
Il tempo dedicato ai singoli interventi è poi sempre più breve: se fino a qualche anno fa si parlava di interventi di almeno quattro ore, pertanto di un minimo di due accessi settimanali, oggi vengono formulate richieste di un solo accesso di due ore o addirittura di interventi da svolgersi a settimane alternate, che seguono il calendario delle prescrizioni del Tribunale.
Spesso, di fronte a queste richieste, ci viene la tentazione di scoraggiarci, o anche di dire di no, perché “non si lavora così” o “non ci sono le condizioni”. E se è vero che in alcune situazioni è bene ragionare con il Servizio Sociale perché si ripristinino delle condizioni di base che permettano una presa in carico il più efficace possibile, è necessario riconoscere che il Servizio educativo domiciliare sta mutando forma, probabilmente anche in relazione ad alcune condizioni endogene che non possiamo contrastare.
Le persone in carico sono sempre più impegnate: corsi, recuperi, attività scolastiche fuori orario, necessità di essere accuditi da persone estranee al nucleo familiare, spostamenti da un genitore all’altro… sono tutti fattori che rendono difficile pensare a un tempo dedicato all’intervento educativo specialistico. Inoltre, emergono nuovi bisogni di socializzazione che devono tenere conto delle fragilità in essere: minori che non reggono il ritmo di vita imposto dalla società contemporanea, che non sono in grado di orientarsi tra gli strumenti che di norma i coetanei padroneggiano, o che non hanno gli strumenti per poterlo fare. Le famiglie, poi, chiedono sempre di più di vedere i propri figli “al sicuro”, con attorno sia delle figure adulte diverse da loro che possano fornire un supporto, sia dei coetanei di cui si possano fidare.
Come state ripensando oggi il modello dell’educativa domiciliare?
Crediamo che oggi sia necessario ripensare il modello tradizionale, integrando l’intervento domiciliare all’interno di un sistema più ampio che coinvolga il territorio e che offra un ventaglio di servizi aggiuntivi che possano prendersi cura e generare benessere anche al di fuori delle ore dedicate all’incontro individuale. L’intento è duplice: potenziare il servizio, moltiplicando con altri presidi le occasioni di incontro e di osservazione nei contesti più disparati (centrale l’elemento dell’incontro con i pari) e lavorare con bambine, bambini, ragazzi e ragazze sul riappropriarsi degli spazi di vita della città. Una persona socialmente più competente – e in questo il piccolo gruppo facilitato da personale specializzato è uno strumento potente – è una persona capace di maggiore autonomia nella ricerca dei propri spazi e delle proprie passioni. E uno spazio in cui ci si sente accolti fa bene a prescindere, anche nei periodi di fatica in cui – a volte – si ha la sensazione di combinare poco.
Come coinvolgere in questo cambiamento chi ha le risorse anche economiche per metterlo in atto è invece il tema aperto: la riflessione con la Pubblica Amministrazione è aperta e in vari ambiti si sono aperti ottimi spazi di sperimentazione. Altrove, la strada rimane lunga e piena di incertezze e difficoltà – ma come si dice – i problemi sono solo occasioni con addosso gli abiti da lavoro.








