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Il privilegio di entrarti in casa. Ripensare l’educativa domiciliare

Intervista a Luisa Delll’Acqua, Coordinatrice dei Servizi Educativi di Cogess. 

Nell’educativa domiciliare utilizzate spesso la parola “privilegio” per descrivere l’ingresso dell’educatore nelle case delle famiglie. Perché?

Privilegio, sì…  Un termine che le educatrici e gli educatori di Cogess che frequentano le nostre equipe e formazioni si sentono ripetere spesso. Perché la prospettiva dell’ingresso in casa per effettuare interventi educativi è così ribaltata: protagoniste del progetto educativo sono le famiglie, che aprono le proprie porte per agire un cambiamento importante per il benessere di chi ci viene affidato.

Entrare nelle vite degli altri in modo così intimo, conoscere abitudini, stili, modi di abitare i propri spazi; poter osservare fatiche e limiti; posare lo sguardo sulle fragilità rappresentate (anche) da un divano consunto o da una dispensa vuota, da una camera eccessivamente disordinata o da un letto nella stanza sbagliata, è un atto da vivere con grande rispetto e attenzione, con empatia e totale assenza di pregiudizio.

È, quello dell’educatrice o educatore domiciliare, un lavoro che negli anni si è fatto sempre più complicato. Anzi no, non complicato: complesso.

Come si è evoluto nel tempo il servizio di educativa domiciliare?

Di cosa si trattava e di cosa si tratta? L’educativa domiciliare nasce negli anni Novanta, proprio a Milano, in via sperimentale, ponendosi come primo obiettivo quello di sostenere le famiglie che riaccolgono in casa minori che hanno vissuto un periodo in comunità d’accoglienza. Si evolve poi fornendo sostegno alle famiglie con fragilità, accompagnando i minori nei percorsi di crescita e al contempo lavorando affinché gli strumenti messi in campo siano appresi dagli adulti di riferimento, favorendone l’autonomia organizzativa e la corretta risposta ai bisogni dei minori.

Negli anni il servizio si estende a persone con disabilità e a giovani adulti, nella convinzione che il supporto educativo innestato sulla dimensione della quotidianità nei propri spazi di vita sia essenziale per ricomporre i nuclei familiari più fragili.

Lo strumento dell’educativa domiciliare è spesso indicato in molti provvedimenti del Tribunale per i Minorenni come primo presidio di sostegno e controllo in situazioni da attenzionare che non evidenziano gli estremi della necessità di un collocamento extra-familiare dei minori. Sempre più di frequente, poi, ed in particolare nell’ultimo decennio, l’assistenza educativa domiciliare è utilizzata come strumento di indagine psico-sociale, laddove alla figura educativa viene richiesta un’osservazione delle relazioni familiari nel quotidiano, che integra quanto avviene in altre “stanze”  (il Servizio Sociale, gli spazi terapeutici…) dove confini e ruoli sono più definiti. Inoltre, con sempre maggiore frequenza l’educativa domiciliare diventa supporto al riavvicinamento con i genitori non conviventi, sia fungendo da ponte tra i momenti di incontro in setting definiti (Spazio Neutro) e territorio, sia intervenendo quando altri progetti di riavvicinamento si concludono per “tornare in famiglia”.

Quali cambiamenti avete osservato negli ultimi anni nelle richieste che arrivano ai servizi educativi?

Osserviamo che le richieste sono sempre più legate alla Tutela dei Minorenni e sempre meno pensate in chiave preventiva: gli interventi vengono aperti frequentemente in situazioni di emergenza o per rispondere a una prescrizione urgente da parte del Tribunale.

Il tempo dedicato ai singoli interventi è poi sempre più breve: se fino a qualche anno fa si parlava di interventi di almeno quattro ore, pertanto di un minimo di due accessi settimanali, oggi vengono formulate richieste di un solo accesso di due ore o addirittura di interventi da svolgersi a settimane alternate, che seguono il calendario delle prescrizioni del Tribunale.

Spesso, di fronte a queste richieste, ci viene la tentazione di scoraggiarci, o anche di dire di no, perché “non si lavora così” o “non ci sono le condizioni”. E se è vero che in alcune situazioni è bene ragionare con il Servizio Sociale perché si ripristinino delle condizioni di base che permettano una presa in carico il più efficace possibile, è necessario riconoscere che il Servizio educativo domiciliare sta mutando forma, probabilmente anche in relazione ad alcune condizioni endogene che non possiamo contrastare.

Le persone in carico sono sempre più impegnate: corsi, recuperi, attività scolastiche fuori orario, necessità di essere accuditi da persone estranee al nucleo familiare, spostamenti da un genitore all’altro… sono tutti fattori che rendono difficile pensare a un tempo dedicato all’intervento educativo specialistico. Inoltre, emergono nuovi bisogni di socializzazione che devono tenere conto delle fragilità in essere: minori che non reggono il ritmo di vita imposto dalla società contemporanea, che non sono in grado di orientarsi tra gli strumenti che di norma i coetanei padroneggiano, o che non hanno gli strumenti per poterlo fare. Le famiglie, poi, chiedono sempre di più di vedere i propri figli “al sicuro”, con attorno sia delle figure adulte diverse da loro che possano fornire un supporto, sia dei coetanei di cui si possano fidare.

Come state ripensando oggi il modello dell’educativa domiciliare?

Crediamo che oggi sia necessario ripensare il modello tradizionale, integrando l’intervento domiciliare all’interno di un sistema più ampio che coinvolga il territorio e che offra un ventaglio di servizi aggiuntivi che possano prendersi cura e generare benessere anche al di fuori delle ore dedicate all’incontro individuale. L’intento è duplice: potenziare il servizio, moltiplicando con altri presidi le occasioni di incontro e di osservazione nei contesti più disparati (centrale l’elemento dell’incontro con i pari) e lavorare con bambine, bambini, ragazzi e ragazze sul riappropriarsi degli spazi di vita della città. Una persona socialmente più competente – e in questo il piccolo gruppo facilitato da personale specializzato è uno strumento potente – è una persona capace di maggiore autonomia nella ricerca dei propri spazi e delle  proprie passioni. E uno spazio in cui ci si sente accolti fa bene a prescindere, anche nei periodi di fatica in cui – a volte – si ha la sensazione di combinare poco.

Come coinvolgere in questo cambiamento chi ha le risorse anche economiche per metterlo in atto è invece il tema aperto: la riflessione con la Pubblica Amministrazione è aperta e in vari ambiti si sono aperti ottimi spazi di sperimentazione. Altrove, la strada rimane lunga e piena di incertezze e difficoltà  – ma come si dice – i problemi sono solo occasioni con addosso gli abiti da lavoro.

RIASSUNTO DATI

Per un adolescente su quattro il corpo bello è “magro”, le ragazze più esposte alla pressione della perfezione.

Per gli adolescenti il corpo bello è, prima di tutto, “magro”. È questo il termine più ricorrente tra quelli associati dagli studenti all’idea di ‘corpo bello’ nell’indagine realizzata dalla Fondazione The Bridge all’interno del progetto Food For Fine che vede Cogess partner di progetto con Terre des Hommes Italia, AssociazioneNutrimente, Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori, Consultorio La Famiglia di Fondazione Lazzaroni e Università degli Studi di Milano, selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile.

L’indagine, dal titolo “Alla ricerca della perfezione: il benessere psicologico degli adolescenti lombardi raccontato da ragazze e ragazzi”, è stata condotta nelle scuole secondarie di secondo grado delle province di Milano, Monza, Como, Varese e Lecco, e ha raccolto le risposte di 415 studenti e studentesse e 69 insegnanti.

In generale ne emerge il ritratto di una generazione per cui il corpo è uno dei luoghi principali del disagio: qualcosa da misurare, correggere, allenare e controllare, nel tentativo di avvicinarsi a un modello di perfezione spesso irraggiungibile. Immagine di sé, pressione estetica, confronto con gli altri ed esposizione ai contenuti social sembrano incidere in modo significativo sul benessere degli adolescenti, con un impatto particolarmente forte sulle ragazze.

LEGGI LA RICERCA

Per un adolescente su quattro il corpo bello è “magro”

Quando viene chiesto agli studenti di indicare due parole associate all’idea di “corpo bello”, il termine più citato è “magro”, con 94 occorrenze. Un dato che certifica come, per un adolescente su quattro, la magrezza sia associata all’idea di bellezza. Solo il 20% associa il corpo bello alla salute. A confermare la centralità dell’aspetto fisico anche il rapporto degli adolescenti con lo sport. Il 77% degli studenti dichiara infatti di praticare attività fisica e, tra le motivazioni principali, il piacere di praticarla si affianca quasi alla pari al desiderio di migliorare o mantenere la forma fisica, indicato da circa il 60% dei ragazzi.

La pressione estetica pesa soprattutto sulle ragazze

Il divario di genere è uno degli elementi più evidenti emersi dall’indagine. Le ragazze riportano livelli di benessere più bassi rispetto ai coetanei maschi in tre dimensioni su quattro: soddisfazione corporea, serenità nel rapporto con il cibo e benessere psicologico. Il dato più marcato riguarda il rapporto con il proprio corpo. Tra le ragazze l’indice di soddisfazione corporea si attesta a 2,47 su 5, ben al di sotto della soglia di problematicità fissata a 3. Tra i ragazzi lo stesso indice si ferma a 2,99, un valore comunque fragile, ma molto più vicino alla soglia. La distanza si ritrova anche nel benessere psicologico. Per le ragazze l’indice è pari a 2,87, quindi sotto soglia, mentre tra i maschi arriva a 3,29. Il quadro che emerge è quello di una pressione sull’immagine corporea che attraversa tutta la popolazione adolescente coinvolta nel sondaggio, ma che pesa in modo particolarmente forte sulle ragazze.

Per un adolescente su cinque il cibo è anche ansia, paura o sfogo

Il rapporto con il cibo conserva, per molti adolescenti, una dimensione positiva e quotidiana. Il 59,5% lo associa a parole come “pizza”, “sapore”, “fame”, mentre il 54% richiama il piacere, con termini come “buono”, “felicità”, “sfizio”. Accanto a questa dimensione, però, emerge un dato più problematico: per il 20,5% degli studenti il cibo si lega a disagio, ansia, paura o sfogo. In altre parole, per circa un adolescente su cinque il cibo non è solo nutrimento o piacere, ma anche un terreno emotivamente difficile. A questo si aggiunge un ulteriore 13,7% che associa il cibo al controllo del peso, alle calorie, al grasso o alla dieta.

Diete e integratori: più esposizione social, meno benessere

Circa un adolescente su due afferma di conoscere coetanei che utilizzano integratori o sostanze per accelerare il dimagrimento o migliorare il proprio aspetto fisico, ma solo il 18% ammette di farne uso direttamente. Su questo punto, un ruolo importante sembra svolgerlo l’esposizione ai contenuti social. Gli adolescenti che dichiarano di vedere con maggiore frequenza contenuti su diete o integratori riportano infatti punteggi più bassi in tutte le dimensioni misurate dall’indagine: soddisfazione corporea, serenità nel rapporto con il cibo, benessere psicologico e funzionamento quotidiano. In altre parole, chi vede “molto spesso” contenuti su diete e integratori presenta un quadro di benessere più fragile.

Insegnanti in prima linea: cresce il disagio osservato, ma manca la formazione

La seconda parte dell’indagine ha coinvolto 69 insegnanti lombardi. La scuola emerge come uno dei primi luoghi in cui il disagio adolescenziale diventa visibile. Il 92,8% dei docenti dichiara di avere osservato un aumento della difficoltà di concentrazione negli ultimi anni. Seguono gli episodi depressivi, indicati in crescita dall’85,5% degli insegnanti, e gli attacchi di panico, rilevati in aumento dal 79,7%. Quasi 7 insegnanti su 10 hanno avuto in classe casi sospetti o diagnosticati di disturbi alimentari negli ultimi tre anni.

Ma, accanto alla percezione di un aumento del disagio, emerge una difficoltà specifica nel riconoscere e affrontare i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Quasi il 50% degli insegnanti ammette di conoscere “poco” o “nulla” il tema, mentre solo il 5,8% dei docenti ha ricevuto formazione sul tema per iniziativa della scuola. Il 39,1%  del campione dichiara di essersi formato per iniziativa personale mentre ben il 50,7% dei docenti dichiara di non aver ricevuto alcuna formazione.

“Ci occupiamo di questi temi da anni, e quello che questa ricerca ha confermato — con i numeri — è un quadro che non possiamo permetterci di ignorare”, commenta Luisa Brogonzoli, coordinatrice del Centro Studi di Fondazione The Bridge. “Il disagio è più diffuso di quanto gli adulti percepiscano e non si tratta di insoddisfazioni passeggere o capricci, ma sono segnali sistemici che chiamano in causa la scuola, le famiglie e i servizi. La scuola rappresenta un osservatorio insostituibile, ma il dato sugli insegnanti preoccupa quanto quello sugli studenti: sanno che il problema esiste, ma talvolta sentono di non avere gli strumenti necessari. La conoscenza e la formazione sono il primo atto di prevenzione”.

All’interno del progetto Food For Fine, Cogess è parte attiva nella promozione del benessere degli adolescenti e nella prevenzione dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Attraverso interventi educativi individuali e di gruppo, attività laboratoriali, percorsi di sensibilizzazione rivolti a studenti, insegnanti e famiglie e iniziative territoriali aperte alla cittadinanza, Cogess contribuisce a costruire contesti educativi più attenti ai temi dell’autostima, dell’immagine corporea e della salute mentale. Accanto al lavoro diretto con i ragazzi, il progetto promuove azioni di comunità finalizzate ad aumentare la consapevolezza sul fenomeno, contrastare gli stereotipi legati all’aspetto fisico e favorire una cultura del benessere, dell’inclusione e della cura delle relazioni.

Bar calzini

il bar dei Calzini Spaiati

Entrare in sala insegnanti e imbattersi in un bar in piena attività può sorprendere.

Il profumo del caffè, le tazze disposte con cura, le richieste che si intrecciano tra una pausa e l’altra. A uno sguardo più attento, però, emerge ciò che rende questa esperienza unica: a gestire il servizio non sono gli adulti, ma i ragazzi.

Il progetto viene realizzato dalle equipe di educatori che lavorano sul territorio di Misinto e Lazzate, due comuni in provincia di Monza e della Brianza, dall’anno scolastico 2022/2023.

Il Bar dei Calzini è un progetto educativo che nasce all’interno del contesto scolastico con l’obiettivo di offrire ai ragazzi uno spazio concreto e significativo in cui sperimentarsi.

Non un’attività simulata, ma un’esperienza reale, fatta di responsabilità, relazioni e apprendimenti che prendono forma attraverso il fare.

L’idea di questo progetto è nata dall’esigenza di sostenere alcuni studenti a socializzare tra loro, ma subito è diventato un’opportunità̀ per realizzare il sogno di un ragazzo di diventare cameriere anche solo per un giorno. Ed ecco così che prende forma il progetto del “Bar dei calzini spaiati”.

All’interno dell’aula professori viene allestito un vero e proprio bar, organizzato e gestito dai ragazzi con il supporto degli educatori. Ogni fase del lavoro diventa occasione di crescita: dalla preparazione del caffè all’accoglienza dei “clienti”, dalla gestione degli ordini alla cura degli spazi. I ragazzi imparano a rispettare tempi e consegne, a collaborare tra loro, a gestire piccoli imprevisti e a trovare soluzioni.

Ciò che rende il progetto particolarmente significativo è il coinvolgimento attivo dei ragazzi in tutte le sue fasi, non solo operative ma anche progettuali e creative.

Il Bar dei Calzini, infatti, prende forma anche attraverso il loro contributo diretto all’identità del servizio: sono i ragazzi a ideare e realizzare la grafica dei menu, a progettare i loghi e a organizzare gli strumenti di cassa. Questo lavoro consente di sviluppare competenze trasversali, che uniscono creatività, competenze digitali, capacità organizzative e matematiche, rafforzando al tempo stesso il senso di appartenenza e di responsabilità.

Il progetto si amplia ulteriormente quando i ragazzi diventano anche narratori della propria esperienza. I ragazzi hanno realizzato un video di presentazione del Bar dei Calzini, scegliendo come raccontarlo, quali aspetti valorizzare, come comunicare all’esterno ciò che vivono.

Non solo: durante l’open day della scuola sono proprio loro a presentare il progetto a genitori, insegnanti e visitatori. In questo contesto, i ragazzi assumono un ruolo attivo e visibile, sperimentando la possibilità di raccontarsi, di esporsi e di riconoscere il valore di ciò che fanno.

Il Bar dei Calzini diventa così uno spazio educativo complesso e ricco, in cui l’apprendimento passa attraverso l’esperienza diretta. Non si tratta soltanto di acquisire abilità pratiche ma di sviluppare competenze relazionali ed emotive: saper accogliere, comunicare in modo efficace, gestire le proprie emozioni, lavorare in gruppo.

Il contesto informale del bar favorisce inoltre relazioni più spontanee e autentiche tra ragazzi e adulti. La sala insegnanti si trasforma temporaneamente in uno spazio condiviso, in cui le distanze si accorciano e si costruisce un clima di fiducia reciproca. In questo ambiente, i ragazzi possono mettersi alla prova in modo protetto ma reale, trovando riconoscimento e valorizzazione.

Per gli educatori, il progetto rappresenta uno strumento privilegiato di osservazione e intervento. Attraverso le attività del bar è possibile cogliere le risorse di ciascun ragazzo ma anche le eventuali difficoltà, intervenendo in modo mirato e accompagnando i percorsi individuali. L’esperienza diventa così un contesto in cui sostenere lo sviluppo dell’autonomia, della consapevolezza di sé e delle competenze sociali.

Anche il nome del progetto richiama volutamente una dimensione familiare e quotidiana, ma allo stesso tempo unica e riconoscibile. Un nome che incuriosisce, che resta, e che rappresenta uno spazio in cui ogni ragazzo può sentirsi parte attiva di un’esperienza condivisa.

Il Bar dei Calzini non è soltanto un laboratorio o un’attività scolastica: è un percorso educativo che lascia tracce nel tempo. Nei gesti appresi, nelle relazioni costruite, nelle competenze sviluppate e, soprattutto, nella consapevolezza – spesso nuova – di essere capaci.

Ed è proprio da qui che prende forma ogni processo educativo significativo: dalla possibilità di fare esperienza, di essere riconosciuti e di crescere, insieme.

Interventi educativi domiciliari

Interventi educativi individuali: prendersi cura dei segnali, costruire possibilità

Siamo a circa un anno dall’avvio del progetto Food for Fine, di cui siamo partner insieme a Terre des Hommes, Fondazione Lazzaroni Consultorio La Famiglia, Associazione Nutrimente, Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori, Fondazione The Bridge e Università degli Studi di Milano. Il progetto mira a sperimentare un modello di contrasto al fenomeno del disagio psicologico di adolescenti, tra 11 e 18 anni, legato ai disturbi dell’alimentazione (DNA), all’interno della città metropolitana di Milano. 

Ci stiamo occupando di educazione, supporto emotivo e creazione di ambienti protettivi e responsivi, agendo prima che il disagio si manifesti in forme gravi che richiedano trattamenti clinici, coinvolgendo gli adolescenti in attività che stimolano creatività, socializzazione e benessere, in luoghi come le scuole, i centri sportivi e gli spazi di socializzazione dei ragazzi, ambienti familiari ai giovani e non associati a cure mediche. 

Tra le diverse attività proposte, Cogess ha elaborato un modello di presa in carico individuale educativa di cui oggi vi raccontiamo

disturbi del comportamento alimentare non compaiono all’improvviso: spesso si manifestano attraverso segnali iniziali, cambiamenti nel rapporto con il cibo, con il corpo e con le emozioni. Indicatori che possono emergere nei diversi contesti di vita dei ragazzi: nella quotidianità scolastica grazie allo sguardo attento degli insegnanti, nelle attività sportive o di doposcuola, oppure attraverso il confronto con i servizi sociali e gli altri interlocutori adulti con i quali i ragazzi si trovano ad interfacciarsi nella loro quotidianità. È proprio a partire da queste osservazioni condivise che può prendere avvio un intervento educativo mirato.

All’interno del progetto Food for Fine, uno degli strumenti proposti da Cogess è rappresentato dall’intervento educativo individuale rivolto a preadolescenti e adolescenti tra gli 11 e i 18 anni. Un lavoro attento e mirato, che si colloca tra prevenzione e accompagnamento, con l’obiettivo di intercettare precocemente situazioni di fragilità e sostenere i ragazzi nei loro percorsi di crescita.

All’interno di questo progetto, l’intervento educativo individuale è stato anche oggetto di una rielaborazione significativa. Tradizionalmente, infatti, questa tipologia di intervento viene attivata in situazioni di tutela o in presenza di fragilità familiari e sociali, spesso su mandato dei servizi. In questo caso, invece, lo strumento è stato ripensato e adattato per lavorare in modo più precoce sul tema specifico dei disturbi del comportamento alimentare, anche in un’ottica preventiva, intercettando segnali di disagio prima che si strutturino in forme più complesse.

L’affiancamento viene costruito su misura, mettendo al centro il ragazzo o la ragazza, ma non si limita mai ad un lavoro individuale. L’intervento si sviluppa infatti sia sul territorio, nei contesti di vita quotidiana e nelle relazioni tra pari, sia a domicilio, entrando nelle case e coinvolgendo quindi l’intero nucleo familiare.

Questo permette di agire non solo sui comportamenti visibili, ma anche su ciò che li sostiene: abitudini quotidiane, dinamiche relazionali, pregiudizi, credenze e aspettative.

In questo processo, il cibo rappresenta una chiave di accesso importante, perché profondamente intrecciato alla dimensione affettiva, relazionale, culturale e identitaria.

Lavorare sul rapporto con il cibo significa spesso aprire uno spazio più ampio di riflessione: sul bisogno di controllo, sul desiderio di autonomia, sul senso di appartenenza e di riconoscimento. Accanto agli aspetti più direttamente legati all’alimentazione, l’intervento educativo intercetta infatti anche altre dimensioni significative, come il perfezionismo, il rapporto con il senso del dovere, la difficoltà a esprimere emozioni e bisogni, o il timore del giudizio.

In alcuni casi, quando le parole faticano a trovare spazio, il corpo e il comportamento alimentare diventano un modo per comunicare. L’affiancamento educativo offre allora un contesto protetto in cui questi vissuti possono emergere, essere riconosciuti e gradualmente trasformati, costruendo modalità più consapevoli ed efficaci di espressione.

Intervenire in questa fase significa lavorare sul disagio emergente in un’ottica di prevenzione concreta: non aspettare che il disagio si strutturi, ma cogliere i segnali e accompagnare ragazzi e famiglie nell’affrontarli insieme. È un lavoro che richiede tempo, fiducia e continuità, ma che può aprire possibilità nuove, rafforzando le risorse individuali e relazionali.

In questo senso, l’intervento educativo individuale non è solo una risposta a una difficoltà, ma un’opportunità per generare consapevolezza, sostenere la crescita e costruire cambiamento.

Trovate l’articolo anche nel blog dedicato al progetto

cinema

Cinema in cortile: due serate di cibo che diventa storie e comunità.

Nell’ambito del progetto Food for Fine, sostenuto dalla Fondazione Con i Bambini, abbiamo dato il via a un piccolo esperimento di comunità: due serate di cinema all’aperto nel cortile di un caseggiato di via Botticelli, a Milano, che si sono svolte il 25 giugno e il 2 luglio.

Un contesto semplice, informale, ma incredibilmente vivo e accogliente, capace di trasformarsi in una piazza condivisa per emozioni, pensieri e convivialità.

Nello stesso caseggiato Cogess gestisce lo spazio di prossimità “Il Lato Positivo” all’interno del quale si realizzano diverse attività a favore del quartiere e di chi lo vive: attività di socialità per anziani, sportelli sociali, campus e doposcuola, laboratori per bambini e ragazzi, ludoteca per adolescenti. Lo spazio è anche il luogo nel quale si svolgeranno alcune delle attività del progetto Food for Fine.

Tornando alle due serate, i film proposti, in collaborazione con l’Associazione La Scheggia, non sono stati scelti certamente a caso: “The Crow’s Egg” e “Si Chef! La brigade” raccontano entrambi, con linguaggi e stili diversi, storie che parlano di cibo, dignità e relazioni.

Il primo, The Crow’s Egg, è una pellicola indiana delicata e toccante, che segue le avventure di due fratellini di un quartiere povero di Chennai, decisi a realizzare un sogno semplice ma potentissimo: mangiare una pizza. Un desiderio che si trasforma in un viaggio di crescita e di scoperta, tra ingiustizie sociali e la forza della solidarietà familiare.

Il secondo, Si Chef! (La brigade), è una commedia francese che combina umorismo e impegno sociale. La protagonista, una chef raffinata in cerca di riscatto, si ritrova a lavorare in un centro per minori stranieri non accompagnati. In cucina, tra ingredienti e ricette, sboccia un incontro tra culture, esperienze e umanità.

Attraverso queste storie, il progetto Food for Fine ha voluto sensibilizzare in modo leggero ma profondo sul rapporto con il cibo e su come questo attraversi la nostra vita non solo sul piano fisico, ma anche su quello relazionale, emotivo e sociale. Il cibo come diritto, come desiderio, come linguaggio di cura e come occasione di riscatto.

I due obiettivi principali, coinvolgere le famiglie con ragazzi preadolescenti e adolescenti e parlare di cibo per fare comunità e favorire reazioni nel tessuto sociale, sono stati entrambi raggiunti!

Le proiezioni hanno riscosso una buona partecipazione: bambini, famiglie, adulti e anziani si sono ritrovati sotto le stelle, sfidando il gran caldo di questi giorni pur di vivere insieme un momento diverso. Ad accompagnare i film, una “anguriata” fresca e condivisa ha completato l’esperienza, facendo del cortile un vero spazio di incontro. Un ringraziamento speciale al gruppo di adolescenti che, in quesi due giorni, dal pomeriggio si sono dati da fare per acquistare le angurie, trasportarle e prepararle tagliate e fresche per essere servite, oltre ad aiutarci ad allestire il cortile.

I bambini ci hanno raccontato che l’iniziativa è piaciuta moltissimo, anche se qualcuno ha trovato le proposte piuttosto impegnative:

“Il primo film, con i sottotitoli, era un po’ difficile da capire per me, ma il secondo ci ha fatto ridere tanto!”. In molti sono stati felici di ritrovare gli amici la sera, dopo la giornata trascorsa insieme al centro estivo.

Anche gli adulti hanno apprezzato l’occasione:

“È stata una bella serata da passare con mia figlia di 13 anni. Abbiamo fatto qualcosa insieme che ci ha coinvolte entrambe,” ha raccontato una mamma.

Siamo molto soddisfatti di questa prima iniziativa del progetto. Due serate che hanno unito cinema, riflessione e comunità, e che ci incoraggiano a continuare su questa strada: semplice ma preziosa.

Trovate l’articolo anche nel blog dedicato al progetto

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RI_ESCO IN COMPAGNIA!

Il progetto RI_ESCO IN COMPAGNIA! è stato pensato per dare continuità ad un precedente progetto, denominato Ciao mamma! Esco da Solo, e propone attività di facilitazione della socializzazione per ragazzi (fra gli 11 e i 18 anni) con differenti forme di fragilità. 

Come suggerisce il titolo, il progetto si pone la finalità da una parte di far “uscire” i ragazzi, cioè permettere loro di avere e cogliere occasioni per esperienze fuori casa, “lontano” dai genitori, insieme ai coetanei e nel contesto territoriale in cui vivono; dall’altra di permettere a questi ragazzi di “riuscire”, una volta fuori, a sentirsi a loro agio, a divertirsi, a fare amicizia e a potersi esprimere personalmente all’interno della dimensione del gruppo.

Altra finalità perseguita dal progetto è quella di fare in modo che la dimensione del gruppo diventi per tutti i partecipanti una vera e propria palestra di vita rispetto a come si costruiscono relazioni fuori dal nucleo familiare, come si mantengono, come si comunica per organizzare qualcosa con gli amici, come si tollera l’attesa, la frustrazione, le incomprensioni, il conflitto, ecc. partendo da un contesto facilitante e proiettandosi verso il fuori e favorendo l’acquisizione di life skills, in particolare in ambito sociale.

Concretamente il progetto consiste nell’organizzazione di uscite a carattere ludico e ricreativo sul territorio nel tempo libero dei ragazzi.

Il progetto si svolge nei territori di Lazzate, Misinto e Seveso, è attivo da circa un anno, e terminerà a novembre 2024. Ha visto il coinvolgimento di circa 15 fra ragazze e ragazzi e la collaborazione con Il Seme di Lazzate.

 

Il progetto è stato realizzato grazie ad un finanziamento ricevuto da Fondazione Intesa San Paolo

 

Di seguito le testimonianze di un genitore, di una ragazza che ha partecipato alle attività e di una educatrice:

LOGO CURA

WELFARE. COL PROGETTO CURA ASSISTENZA DOMICILIARE E DISPOSITIVI DOMOTICI PER GLI ANZIANI

Condividiamo con piacere il testo della rassegna stampa sul progetto Cura – anziani domotici

La sperimentazione, finanziata con 2,46 milioni di fondi PNRR, raggiungerà gradualmente il target di cento anziani con l’obiettivo di rimandare il più possibile il ricovero in Rsa. Bertolé: “la città invecchia e bisogna ripensare il sistema di assistenza”.

Milano, 13 Gennaio 2024 – Con l’obiettivo di prolungare il più possibile il tempo di permanenza presso la propria abitazione evitando o ritardando l’inserimento in RSA, il Comune di Milano ha avviato “Cura – anziani domotici”, un progetto che prevede forme di assistenza domiciliare intensive anche con monitoraggio a distanza e l’introduzione di elementi di domotica.

La sperimentazione, avviata lo scorso giugno nei Municipi 3, 4 e 8, ha ottenuto un finanziamento PNRR di 2,46 milioni di euro ed è frutto di una coprogettazione che vede come partner del Comune di Milano le cooperative Cogess, Eureka e Ass.i.s.te, i partner tecnologici Urmet e Abielle controls e quello scientifico 2W.

Sono 24 i progetti attualmente attivi, ma entro il 2026 si prevede di raggiungere il target di 100 anziani assistiti. Si tratta di persone fragili, ma con ancora un buon grado di autonomia, quindi lucide e orientate. Si privilegiano beneficiari con basso reddito, che vivono nelle case popolari, sono tendenzialmente soli o con una rete familiare non in grado di provvedere ai loro bisogni, presentano una certa fragilità sociosanitaria (presenza di patologie croniche, per esempio) e un carico di cura difficile da gestire.

Gli attuali beneficiari, individuati dagli assistenti sociali del territorio, sono 15 donne e 9 uomini di età compresa tra 65 e 98 anni. Periodicamente vengono inviate e valutate dai referenti del progetto nuove segnalazioni.

Il percorso prevede l’integrazione tra interventi classici – come l’assistenza domiciliare – e interventi innovativi, in particolare il monitoraggio continuo della persona attraverso la strumentazione domotica collegata a una centrale operativa unica, che raccoglie i dati trasmessi e garantisce il monitoraggio h24. In caso il sistema ravvisi criticità, l’operatore attiva il pronto intervento, mentre in caso di allarmi non critici è prevista l’uscita, nell’arco della giornata, dell’operatore ingaggiato sulla situazione, al fine di verificare e attivare supporti rispetto all’evento segnalato.

Ogni percorso è personalizzato in base alle caratteristiche e ai bisogni del beneficiario e tutto viene illustrato durante alcune visite domiciliari alla presenza degli operatori sociali e di tecnici esperti che si occupano di spiegare le potenzialità dei dispositivi che vengono poi installati con gradualità nel corso del progetto anche in relazione alla familiarità, alla conoscenza e alla fiducia che l’anziano acquisisce col tempo. Si cerca, inoltre, di coinvolgere anche il medico di medicina generale, avvisandolo della sperimentazione e delle sue potenzialità.

Per monitorare lo stato di salute e il benessere della persona, sono a disposizione dispositivi di teleassistenza, con sensori rispetto alle cadute e geolocalizzazione. E’ possibile, inoltre, prevedere telefonate con finalità di aggancio relazionale, monitoraggio telefonico per il controllo dell’assunzione dei farmaci sulla base della prescrizione del medico di medicina generale e per ricordare all’anziano eventuali appuntamenti per visite mediche. Gli strumenti domotici garantiscono inoltre il controllo dei parametri base della persona: pressione, saturazione, pulsazioni, controllo del peso, rilevazione temperatura corporea. Per garantire la sicurezza dell’ambiente domestico, vengono invece installati sensori per la rilevazione delle fughe di gas, luce notturna, sonda di temperatura, sensore per la rilevazione dell’apertura o chiusura della porta d’ingresso, sensori di presenza e movimento con alert su fascia notturna e diurna: tutta la sensoristica ambientale invia un messaggio di allarme alla centrale unica in caso di superamento dei parametri “di norma” che può comportare un contatto telefonico di verifica, l’uscita di un operatore domiciliare o il ricorso ai numeri di pronto intervento in caso di impossibilità di mettersi in contatto con il beneficiario.

Il progetto prevede, inoltre, la possibilità di attivare la visita domiciliare di un architetto per verificare l’idoneità degli spazi in relazione alle esigenze dell’anziano e valutare una riorganizzazione, con l’aiuto di un esperto di ausili. E’ prevista, infine, l’attivazione di un assistente familiare per brevi periodi di emergenza.

“La nostra città, seguendo il trend del Paese, sta invecchiando molto velocemente. Le persone – dichiara l’assessore al Welfare e Salute Lamberto Bertolè – vivono più a lungo e sono spesso sole, con patologie croniche che riducono la loro autosufficienza. Ecco perché è fondamentale ripensare il sistema di assistenza per rimandare il più possibile il ricovero nelle strutture residenziali e costruire attorno agli anziani una rete che permetta loro di rimanere nelle loro case e nei loro quartieri. Il progetto ‘CURA’ va proprio in questa direzione ed è per questo che abbiamo fortemente voluto proporlo per il finanziamento PNRR. I percorsi si inseriscono e si armonizzano con una serie di attività già avviate sul territorio e garantite dal Comune: presa in carico dei servizi sociali, assistenza domiciliare, intervento dei custodi sociali e interventi educativi. Una cornice che vogliamo arricchire con soluzioni sempre più mirate”.

Sabina Nanti, presidente Cooperativa Cogess capofila dell’ATI: “Il progetto ha l’obiettivo di migliorare la qualità dell’assistenza domiciliare alle persone anziane integrando le competenze sociali e assistenziali con supporti tecnologici di presidio dei luoghi domestici e della vita quotidiana. Nell’acronimo C.U.R.A. vengono sintetizzati gli aspetti valoriali e di metodo sottesi alla proposta: Conoscere – analizzare contesti e bisogni; Unire – favorire il dialogo tar competenze e saperi differenti: sociale e innovazione tecnologica; Raggiungere – portare nelle case delle persone fragili nuove opportunità personalizzate di risposta ai bisogni: Assistere – migliorare la qualità dell’assistenza mettendo la tecnologia al servizio delle persone fragili”.

Su RaiNews trovate il video del servizio andato in onda con il TG Regionale di venerdì 12 gennaio ore 19:30:

Collegamento al servizio del TG Regionale

RIESCO IN COMPAGNIA

3 dicembre 2023, Cogess presenta la Rete ConsideraMI: insieme per l’inclusione

In occasione della Giornata Internazionale delle persone con disabilità, siamo lieti di comunicare che Cogess ha contributo alla creazione della Rete ConsideraMi: 16 enti del Terzo Settore, che credono fortemente nella cultura dell’inclusione e ora, insieme, al lavoro, nelle comunità territoriali, per costruire percorsi di inclusione per bambini e adolescenti con disabilità.

 

Un partenariato, nel territorio della città di Milano, che, come sancito dall’Accordo di Rete, mette al centro della propria azione il protagonismo del minore e della famiglia e la costruzione di un progetto di vita autenticamente praticabile. Da questa attenzione e cura nasce la necessità di connettere informazioni, opportunità e politiche con la promozione, la gestione e l’aggiornamento della piattaforma ConsideraMi e l’implementazione di azioni, politiche e attività, coordinate e sinergiche, per l’inclusione illustrate nel documento programmatico Agenda 16 per il futuro, presentato all’Assessorato del Welfare e della Salute Mentale del Comune di Milano il 17 novembre 2022 e in attesa di essere integrato nelle politiche di questa Amministrazione.

Dalla collaborazione avviata tra gli enti del privato sociale partecipanti al progetto “ConsideraMI – verso una città inclusiva per bambini e ragazzi con disabilità” (progetto ex lege 285/1997, 2019-22), le organizzazioni coinvolte (Associazione L’abilità Onlus, AGPD – Associazione Genitori e Persone con sindrome di Down Onlus,  AIAS ETS Milano, Azione Solidale Società Cooperativa Sociale, Società Cooperativa Sociale Cascina Bianca a.r.l., Codici | Ricerca e intervento, Cogess Cooperativa Sociale, Comin Cooperativa Sociale di solidarietà, Fondazione Aquilone Onlus, Fraternità e Amicizia Società Cooperativa Sociale Onlus, La nostra comunità ETS – OdV, Ledha Milano coordinamento associativo della città metropolitana di Milano per i diritti delle persone con disabilità APS, L’Impronta Associazione Onlus, Cooperativa Sociale Eureka!, Consorzio Sir, Spazio Aperto Servizi Società cooperativa) hanno scelto di formalizzare una vera e propria rete aperta alla città, della quale anche noi siamo parte attiva.

In questa giornata che potrebbe risultare, per tanti genitori, cittadini e cittadine, operatori del sociale e dell’educazione, piena di slogan e di promesse vuote, la Rete ConsideraMi tenta di fare la differenza.

La Rete ConsideraMI, nata da organizzazioni radicate nei territori e che seguono complessivamente oltre 2000 bambini e famiglie ogni giorno, partendo da una lettura critica della condizione di disabilità nell’infanzia e nell’adolescenza a Milano si pone l’obiettivo di concorrere al cambiamento.

Come?

  • Attraverso 16 proposte che toccano i diversi aspetti dell’infanzia e dell’adolescenza
  • ispirando politiche e atti concreti rivolti a connettere uno scenario assai frammentato
  • costruendo interventi coordinati e trasversali a livello di sistema.

Vicinanza, solidarietà, rete capillare, capacità organizzative e di intervento, aumento di qualità dei servizi: di questo hanno bisogno urgente bambini e famiglie. Il nostro portale, la presenza di servizi dedicati al gioco, all’autonomia, alla socializzazione, al sostegno dei genitori e della rete, hanno l’ambizione di essere l’emblema di questo spirito di connessione.

Un lavoro di mappatura delle risorse e un’opera di tessitura di relazioni che ci chiama alla responsabilità del fare, del costruire, dell’includere.

PER SAPERNE DI PIÙ

SITO  considerami.i