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Il privilegio di entrarti in casa. Ripensare l’educativa domiciliare

Intervista a Luisa Delll’Acqua, Coordinatrice dei Servizi Educativi di Cogess. 

Nell’educativa domiciliare utilizzate spesso la parola “privilegio” per descrivere l’ingresso dell’educatore nelle case delle famiglie. Perché?

Privilegio, sì…  Un termine che le educatrici e gli educatori di Cogess che frequentano le nostre equipe e formazioni si sentono ripetere spesso. Perché la prospettiva dell’ingresso in casa per effettuare interventi educativi è così ribaltata: protagoniste del progetto educativo sono le famiglie, che aprono le proprie porte per agire un cambiamento importante per il benessere di chi ci viene affidato.

Entrare nelle vite degli altri in modo così intimo, conoscere abitudini, stili, modi di abitare i propri spazi; poter osservare fatiche e limiti; posare lo sguardo sulle fragilità rappresentate (anche) da un divano consunto o da una dispensa vuota, da una camera eccessivamente disordinata o da un letto nella stanza sbagliata, è un atto da vivere con grande rispetto e attenzione, con empatia e totale assenza di pregiudizio.

È, quello dell’educatrice o educatore domiciliare, un lavoro che negli anni si è fatto sempre più complicato. Anzi no, non complicato: complesso.

Come si è evoluto nel tempo il servizio di educativa domiciliare?

Di cosa si trattava e di cosa si tratta? L’educativa domiciliare nasce negli anni Novanta, proprio a Milano, in via sperimentale, ponendosi come primo obiettivo quello di sostenere le famiglie che riaccolgono in casa minori che hanno vissuto un periodo in comunità d’accoglienza. Si evolve poi fornendo sostegno alle famiglie con fragilità, accompagnando i minori nei percorsi di crescita e al contempo lavorando affinché gli strumenti messi in campo siano appresi dagli adulti di riferimento, favorendone l’autonomia organizzativa e la corretta risposta ai bisogni dei minori.

Negli anni il servizio si estende a persone con disabilità e a giovani adulti, nella convinzione che il supporto educativo innestato sulla dimensione della quotidianità nei propri spazi di vita sia essenziale per ricomporre i nuclei familiari più fragili.

Lo strumento dell’educativa domiciliare è spesso indicato in molti provvedimenti del Tribunale per i Minorenni come primo presidio di sostegno e controllo in situazioni da attenzionare che non evidenziano gli estremi della necessità di un collocamento extra-familiare dei minori. Sempre più di frequente, poi, ed in particolare nell’ultimo decennio, l’assistenza educativa domiciliare è utilizzata come strumento di indagine psico-sociale, laddove alla figura educativa viene richiesta un’osservazione delle relazioni familiari nel quotidiano, che integra quanto avviene in altre “stanze”  (il Servizio Sociale, gli spazi terapeutici…) dove confini e ruoli sono più definiti. Inoltre, con sempre maggiore frequenza l’educativa domiciliare diventa supporto al riavvicinamento con i genitori non conviventi, sia fungendo da ponte tra i momenti di incontro in setting definiti (Spazio Neutro) e territorio, sia intervenendo quando altri progetti di riavvicinamento si concludono per “tornare in famiglia”.

Quali cambiamenti avete osservato negli ultimi anni nelle richieste che arrivano ai servizi educativi?

Osserviamo che le richieste sono sempre più legate alla Tutela dei Minorenni e sempre meno pensate in chiave preventiva: gli interventi vengono aperti frequentemente in situazioni di emergenza o per rispondere a una prescrizione urgente da parte del Tribunale.

Il tempo dedicato ai singoli interventi è poi sempre più breve: se fino a qualche anno fa si parlava di interventi di almeno quattro ore, pertanto di un minimo di due accessi settimanali, oggi vengono formulate richieste di un solo accesso di due ore o addirittura di interventi da svolgersi a settimane alternate, che seguono il calendario delle prescrizioni del Tribunale.

Spesso, di fronte a queste richieste, ci viene la tentazione di scoraggiarci, o anche di dire di no, perché “non si lavora così” o “non ci sono le condizioni”. E se è vero che in alcune situazioni è bene ragionare con il Servizio Sociale perché si ripristinino delle condizioni di base che permettano una presa in carico il più efficace possibile, è necessario riconoscere che il Servizio educativo domiciliare sta mutando forma, probabilmente anche in relazione ad alcune condizioni endogene che non possiamo contrastare.

Le persone in carico sono sempre più impegnate: corsi, recuperi, attività scolastiche fuori orario, necessità di essere accuditi da persone estranee al nucleo familiare, spostamenti da un genitore all’altro… sono tutti fattori che rendono difficile pensare a un tempo dedicato all’intervento educativo specialistico. Inoltre, emergono nuovi bisogni di socializzazione che devono tenere conto delle fragilità in essere: minori che non reggono il ritmo di vita imposto dalla società contemporanea, che non sono in grado di orientarsi tra gli strumenti che di norma i coetanei padroneggiano, o che non hanno gli strumenti per poterlo fare. Le famiglie, poi, chiedono sempre di più di vedere i propri figli “al sicuro”, con attorno sia delle figure adulte diverse da loro che possano fornire un supporto, sia dei coetanei di cui si possano fidare.

Come state ripensando oggi il modello dell’educativa domiciliare?

Crediamo che oggi sia necessario ripensare il modello tradizionale, integrando l’intervento domiciliare all’interno di un sistema più ampio che coinvolga il territorio e che offra un ventaglio di servizi aggiuntivi che possano prendersi cura e generare benessere anche al di fuori delle ore dedicate all’incontro individuale. L’intento è duplice: potenziare il servizio, moltiplicando con altri presidi le occasioni di incontro e di osservazione nei contesti più disparati (centrale l’elemento dell’incontro con i pari) e lavorare con bambine, bambini, ragazzi e ragazze sul riappropriarsi degli spazi di vita della città. Una persona socialmente più competente – e in questo il piccolo gruppo facilitato da personale specializzato è uno strumento potente – è una persona capace di maggiore autonomia nella ricerca dei propri spazi e delle  proprie passioni. E uno spazio in cui ci si sente accolti fa bene a prescindere, anche nei periodi di fatica in cui – a volte – si ha la sensazione di combinare poco.

Come coinvolgere in questo cambiamento chi ha le risorse anche economiche per metterlo in atto è invece il tema aperto: la riflessione con la Pubblica Amministrazione è aperta e in vari ambiti si sono aperti ottimi spazi di sperimentazione. Altrove, la strada rimane lunga e piena di incertezze e difficoltà  – ma come si dice – i problemi sono solo occasioni con addosso gli abiti da lavoro.

RIASSUNTO DATI

Per un adolescente su quattro il corpo bello è “magro”, le ragazze più esposte alla pressione della perfezione.

Per gli adolescenti il corpo bello è, prima di tutto, “magro”. È questo il termine più ricorrente tra quelli associati dagli studenti all’idea di ‘corpo bello’ nell’indagine realizzata dalla Fondazione The Bridge all’interno del progetto Food For Fine che vede Cogess partner di progetto con Terre des Hommes Italia, AssociazioneNutrimente, Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori, Consultorio La Famiglia di Fondazione Lazzaroni e Università degli Studi di Milano, selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile.

L’indagine, dal titolo “Alla ricerca della perfezione: il benessere psicologico degli adolescenti lombardi raccontato da ragazze e ragazzi”, è stata condotta nelle scuole secondarie di secondo grado delle province di Milano, Monza, Como, Varese e Lecco, e ha raccolto le risposte di 415 studenti e studentesse e 69 insegnanti.

In generale ne emerge il ritratto di una generazione per cui il corpo è uno dei luoghi principali del disagio: qualcosa da misurare, correggere, allenare e controllare, nel tentativo di avvicinarsi a un modello di perfezione spesso irraggiungibile. Immagine di sé, pressione estetica, confronto con gli altri ed esposizione ai contenuti social sembrano incidere in modo significativo sul benessere degli adolescenti, con un impatto particolarmente forte sulle ragazze.

LEGGI LA RICERCA

Per un adolescente su quattro il corpo bello è “magro”

Quando viene chiesto agli studenti di indicare due parole associate all’idea di “corpo bello”, il termine più citato è “magro”, con 94 occorrenze. Un dato che certifica come, per un adolescente su quattro, la magrezza sia associata all’idea di bellezza. Solo il 20% associa il corpo bello alla salute. A confermare la centralità dell’aspetto fisico anche il rapporto degli adolescenti con lo sport. Il 77% degli studenti dichiara infatti di praticare attività fisica e, tra le motivazioni principali, il piacere di praticarla si affianca quasi alla pari al desiderio di migliorare o mantenere la forma fisica, indicato da circa il 60% dei ragazzi.

La pressione estetica pesa soprattutto sulle ragazze

Il divario di genere è uno degli elementi più evidenti emersi dall’indagine. Le ragazze riportano livelli di benessere più bassi rispetto ai coetanei maschi in tre dimensioni su quattro: soddisfazione corporea, serenità nel rapporto con il cibo e benessere psicologico. Il dato più marcato riguarda il rapporto con il proprio corpo. Tra le ragazze l’indice di soddisfazione corporea si attesta a 2,47 su 5, ben al di sotto della soglia di problematicità fissata a 3. Tra i ragazzi lo stesso indice si ferma a 2,99, un valore comunque fragile, ma molto più vicino alla soglia. La distanza si ritrova anche nel benessere psicologico. Per le ragazze l’indice è pari a 2,87, quindi sotto soglia, mentre tra i maschi arriva a 3,29. Il quadro che emerge è quello di una pressione sull’immagine corporea che attraversa tutta la popolazione adolescente coinvolta nel sondaggio, ma che pesa in modo particolarmente forte sulle ragazze.

Per un adolescente su cinque il cibo è anche ansia, paura o sfogo

Il rapporto con il cibo conserva, per molti adolescenti, una dimensione positiva e quotidiana. Il 59,5% lo associa a parole come “pizza”, “sapore”, “fame”, mentre il 54% richiama il piacere, con termini come “buono”, “felicità”, “sfizio”. Accanto a questa dimensione, però, emerge un dato più problematico: per il 20,5% degli studenti il cibo si lega a disagio, ansia, paura o sfogo. In altre parole, per circa un adolescente su cinque il cibo non è solo nutrimento o piacere, ma anche un terreno emotivamente difficile. A questo si aggiunge un ulteriore 13,7% che associa il cibo al controllo del peso, alle calorie, al grasso o alla dieta.

Diete e integratori: più esposizione social, meno benessere

Circa un adolescente su due afferma di conoscere coetanei che utilizzano integratori o sostanze per accelerare il dimagrimento o migliorare il proprio aspetto fisico, ma solo il 18% ammette di farne uso direttamente. Su questo punto, un ruolo importante sembra svolgerlo l’esposizione ai contenuti social. Gli adolescenti che dichiarano di vedere con maggiore frequenza contenuti su diete o integratori riportano infatti punteggi più bassi in tutte le dimensioni misurate dall’indagine: soddisfazione corporea, serenità nel rapporto con il cibo, benessere psicologico e funzionamento quotidiano. In altre parole, chi vede “molto spesso” contenuti su diete e integratori presenta un quadro di benessere più fragile.

Insegnanti in prima linea: cresce il disagio osservato, ma manca la formazione

La seconda parte dell’indagine ha coinvolto 69 insegnanti lombardi. La scuola emerge come uno dei primi luoghi in cui il disagio adolescenziale diventa visibile. Il 92,8% dei docenti dichiara di avere osservato un aumento della difficoltà di concentrazione negli ultimi anni. Seguono gli episodi depressivi, indicati in crescita dall’85,5% degli insegnanti, e gli attacchi di panico, rilevati in aumento dal 79,7%. Quasi 7 insegnanti su 10 hanno avuto in classe casi sospetti o diagnosticati di disturbi alimentari negli ultimi tre anni.

Ma, accanto alla percezione di un aumento del disagio, emerge una difficoltà specifica nel riconoscere e affrontare i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Quasi il 50% degli insegnanti ammette di conoscere “poco” o “nulla” il tema, mentre solo il 5,8% dei docenti ha ricevuto formazione sul tema per iniziativa della scuola. Il 39,1%  del campione dichiara di essersi formato per iniziativa personale mentre ben il 50,7% dei docenti dichiara di non aver ricevuto alcuna formazione.

“Ci occupiamo di questi temi da anni, e quello che questa ricerca ha confermato — con i numeri — è un quadro che non possiamo permetterci di ignorare”, commenta Luisa Brogonzoli, coordinatrice del Centro Studi di Fondazione The Bridge. “Il disagio è più diffuso di quanto gli adulti percepiscano e non si tratta di insoddisfazioni passeggere o capricci, ma sono segnali sistemici che chiamano in causa la scuola, le famiglie e i servizi. La scuola rappresenta un osservatorio insostituibile, ma il dato sugli insegnanti preoccupa quanto quello sugli studenti: sanno che il problema esiste, ma talvolta sentono di non avere gli strumenti necessari. La conoscenza e la formazione sono il primo atto di prevenzione”.

All’interno del progetto Food For Fine, Cogess è parte attiva nella promozione del benessere degli adolescenti e nella prevenzione dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Attraverso interventi educativi individuali e di gruppo, attività laboratoriali, percorsi di sensibilizzazione rivolti a studenti, insegnanti e famiglie e iniziative territoriali aperte alla cittadinanza, Cogess contribuisce a costruire contesti educativi più attenti ai temi dell’autostima, dell’immagine corporea e della salute mentale. Accanto al lavoro diretto con i ragazzi, il progetto promuove azioni di comunità finalizzate ad aumentare la consapevolezza sul fenomeno, contrastare gli stereotipi legati all’aspetto fisico e favorire una cultura del benessere, dell’inclusione e della cura delle relazioni.

Bar calzini

il bar dei Calzini Spaiati

Entrare in sala insegnanti e imbattersi in un bar in piena attività può sorprendere.

Il profumo del caffè, le tazze disposte con cura, le richieste che si intrecciano tra una pausa e l’altra. A uno sguardo più attento, però, emerge ciò che rende questa esperienza unica: a gestire il servizio non sono gli adulti, ma i ragazzi.

Il progetto viene realizzato dalle equipe di educatori che lavorano sul territorio di Misinto e Lazzate, due comuni in provincia di Monza e della Brianza, dall’anno scolastico 2022/2023.

Il Bar dei Calzini è un progetto educativo che nasce all’interno del contesto scolastico con l’obiettivo di offrire ai ragazzi uno spazio concreto e significativo in cui sperimentarsi.

Non un’attività simulata, ma un’esperienza reale, fatta di responsabilità, relazioni e apprendimenti che prendono forma attraverso il fare.

L’idea di questo progetto è nata dall’esigenza di sostenere alcuni studenti a socializzare tra loro, ma subito è diventato un’opportunità̀ per realizzare il sogno di un ragazzo di diventare cameriere anche solo per un giorno. Ed ecco così che prende forma il progetto del “Bar dei calzini spaiati”.

All’interno dell’aula professori viene allestito un vero e proprio bar, organizzato e gestito dai ragazzi con il supporto degli educatori. Ogni fase del lavoro diventa occasione di crescita: dalla preparazione del caffè all’accoglienza dei “clienti”, dalla gestione degli ordini alla cura degli spazi. I ragazzi imparano a rispettare tempi e consegne, a collaborare tra loro, a gestire piccoli imprevisti e a trovare soluzioni.

Ciò che rende il progetto particolarmente significativo è il coinvolgimento attivo dei ragazzi in tutte le sue fasi, non solo operative ma anche progettuali e creative.

Il Bar dei Calzini, infatti, prende forma anche attraverso il loro contributo diretto all’identità del servizio: sono i ragazzi a ideare e realizzare la grafica dei menu, a progettare i loghi e a organizzare gli strumenti di cassa. Questo lavoro consente di sviluppare competenze trasversali, che uniscono creatività, competenze digitali, capacità organizzative e matematiche, rafforzando al tempo stesso il senso di appartenenza e di responsabilità.

Il progetto si amplia ulteriormente quando i ragazzi diventano anche narratori della propria esperienza. I ragazzi hanno realizzato un video di presentazione del Bar dei Calzini, scegliendo come raccontarlo, quali aspetti valorizzare, come comunicare all’esterno ciò che vivono.

Non solo: durante l’open day della scuola sono proprio loro a presentare il progetto a genitori, insegnanti e visitatori. In questo contesto, i ragazzi assumono un ruolo attivo e visibile, sperimentando la possibilità di raccontarsi, di esporsi e di riconoscere il valore di ciò che fanno.

Il Bar dei Calzini diventa così uno spazio educativo complesso e ricco, in cui l’apprendimento passa attraverso l’esperienza diretta. Non si tratta soltanto di acquisire abilità pratiche ma di sviluppare competenze relazionali ed emotive: saper accogliere, comunicare in modo efficace, gestire le proprie emozioni, lavorare in gruppo.

Il contesto informale del bar favorisce inoltre relazioni più spontanee e autentiche tra ragazzi e adulti. La sala insegnanti si trasforma temporaneamente in uno spazio condiviso, in cui le distanze si accorciano e si costruisce un clima di fiducia reciproca. In questo ambiente, i ragazzi possono mettersi alla prova in modo protetto ma reale, trovando riconoscimento e valorizzazione.

Per gli educatori, il progetto rappresenta uno strumento privilegiato di osservazione e intervento. Attraverso le attività del bar è possibile cogliere le risorse di ciascun ragazzo ma anche le eventuali difficoltà, intervenendo in modo mirato e accompagnando i percorsi individuali. L’esperienza diventa così un contesto in cui sostenere lo sviluppo dell’autonomia, della consapevolezza di sé e delle competenze sociali.

Anche il nome del progetto richiama volutamente una dimensione familiare e quotidiana, ma allo stesso tempo unica e riconoscibile. Un nome che incuriosisce, che resta, e che rappresenta uno spazio in cui ogni ragazzo può sentirsi parte attiva di un’esperienza condivisa.

Il Bar dei Calzini non è soltanto un laboratorio o un’attività scolastica: è un percorso educativo che lascia tracce nel tempo. Nei gesti appresi, nelle relazioni costruite, nelle competenze sviluppate e, soprattutto, nella consapevolezza – spesso nuova – di essere capaci.

Ed è proprio da qui che prende forma ogni processo educativo significativo: dalla possibilità di fare esperienza, di essere riconosciuti e di crescere, insieme.

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Sostenere chi cura: un progetto per accompagnare i caregiver nella fragilità

Prendersi cura di una persona anziana fragile, con decadimento cognitivo, demenza o malattia degenerativa, significa spesso attraversare una quotidianità intensa, fatta di emozioni, responsabilità, domande e inevitabili fatiche. Dietro ogni gesto di cura c’è una relazione che cambia e che richiede nuovi strumenti, nuove parole e nuovi modi di stare accanto all’altro.

Per questo la Cooperativa Sociale Cogess promuove da anni il progetto “Sostenere chi cura”,  dedicato ai familiari e ai caregiver che accompagnano persone in condizioni di fragilità, in particolare anziani con decadimento cognitivo, demenze e malattie degenerative.

L’obiettivo è offrire uno spazio di ascolto, confronto e sostegno concreto a chi, ogni giorno, si prende cura di qualcuno, spesso mettendo in secondo piano i propri bisogni emotivi e relazionali.

Il progetto prevede incontri informativi gratuiti e momenti di approfondimento pensati per aiutare i caregiver a comprendere meglio ciò che accade alla persona fragile, a leggere i cambiamenti relazionali e a individuare modalità di comunicazione più efficaci. Al centro dell’esperienza non c’è soltanto la malattia, ma soprattutto la persona e le competenze che restano vive, anche quando alcuni ricordi sembrano perdersi.

Gli incontri saranno condotti da Dario Ferrario, psicologo e psicoterapeuta con una consolidata esperienza nel sostegno ai caregiver e nella cura delle fragilità legate all’invecchiamento. Da anni lavora nei percorsi di accompagnamento rivolti ai familiari di persone con Alzheimer e demenza, occupandosi di formazione e gruppi di sostegno secondo il modello dell’Approccio Capacitante.

 

Guardare oltre la malattia: l’Approccio Capacitante

Il progetto si fonda sul modello dell’Approccio Capacitante, ideato da Pietro Vigorelli, che parte da un presupposto semplice ma profondo: anche nelle situazioni di decadimento cognitivo la persona mantiene competenze, bisogni e desideri che meritano ascolto. Attraverso un uso attento delle parole, dell’ascolto e della relazione, è possibile favorire un benessere condiviso e costruire una convivenza più serena per chi cura e per chi è curato.

Durante gli incontri, i partecipanti potranno:

  • comprendere meglio le caratteristiche del decadimento cognitivo;
  • riflettere su modalità comunicative più efficaci;
  • riconoscere le risorse che continuano a esistere nella persona fragile;
  • condividere esperienze, dubbi e difficoltà della cura quotidiana.

Al termine degli incontri informativi sarà inoltre possibile manifestare interesse per un successivo percorso laboratoriale di approfondimento e confronto tra caregiver, pensato come spazio di sostegno reciproco e crescita condivisa.

Dove e quando partecipare

La partecipazione è libera e gratuita. Sono previsti diversi appuntamenti sul territorio milanese:

  • 20 maggio 2026 | ore 14.00–16.00 – Il Lato Positivo, Via Botticelli angolo Largo Rio de Janeiro
  • 16 giugno 2026 | ore 10.00–12.00 – Casa di quartiere Feltre, Via Crescenzago 56
  • 17 giugno 2026 | ore 14.30–16.30 – Casa di quartiere Valvassori Peroni, Via Valvassori Peroni 56
  • 25 giugno 2026 | ore 10.00–12.00 – Casa di quartiere Boscovich, Via Boscovich 42

Per informazioni è possibile contattare Alessia Battaglia – Cooperativa Cogess scrivendo a coordinamento@cogess.it o chiamando il 392 9492569.

 

Prendersi cura di chi cura significa prendersi cura delle relazioni. Perché nessuno dovrebbe affrontare da solo il peso e la complessità della fragilità quotidiana.

Interventi educativi domiciliari

Interventi educativi individuali: prendersi cura dei segnali, costruire possibilità

Siamo a circa un anno dall’avvio del progetto Food for Fine, di cui siamo partner insieme a Terre des Hommes, Fondazione Lazzaroni Consultorio La Famiglia, Associazione Nutrimente, Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori, Fondazione The Bridge e Università degli Studi di Milano. Il progetto mira a sperimentare un modello di contrasto al fenomeno del disagio psicologico di adolescenti, tra 11 e 18 anni, legato ai disturbi dell’alimentazione (DNA), all’interno della città metropolitana di Milano. 

Ci stiamo occupando di educazione, supporto emotivo e creazione di ambienti protettivi e responsivi, agendo prima che il disagio si manifesti in forme gravi che richiedano trattamenti clinici, coinvolgendo gli adolescenti in attività che stimolano creatività, socializzazione e benessere, in luoghi come le scuole, i centri sportivi e gli spazi di socializzazione dei ragazzi, ambienti familiari ai giovani e non associati a cure mediche. 

Tra le diverse attività proposte, Cogess ha elaborato un modello di presa in carico individuale educativa di cui oggi vi raccontiamo

disturbi del comportamento alimentare non compaiono all’improvviso: spesso si manifestano attraverso segnali iniziali, cambiamenti nel rapporto con il cibo, con il corpo e con le emozioni. Indicatori che possono emergere nei diversi contesti di vita dei ragazzi: nella quotidianità scolastica grazie allo sguardo attento degli insegnanti, nelle attività sportive o di doposcuola, oppure attraverso il confronto con i servizi sociali e gli altri interlocutori adulti con i quali i ragazzi si trovano ad interfacciarsi nella loro quotidianità. È proprio a partire da queste osservazioni condivise che può prendere avvio un intervento educativo mirato.

All’interno del progetto Food for Fine, uno degli strumenti proposti da Cogess è rappresentato dall’intervento educativo individuale rivolto a preadolescenti e adolescenti tra gli 11 e i 18 anni. Un lavoro attento e mirato, che si colloca tra prevenzione e accompagnamento, con l’obiettivo di intercettare precocemente situazioni di fragilità e sostenere i ragazzi nei loro percorsi di crescita.

All’interno di questo progetto, l’intervento educativo individuale è stato anche oggetto di una rielaborazione significativa. Tradizionalmente, infatti, questa tipologia di intervento viene attivata in situazioni di tutela o in presenza di fragilità familiari e sociali, spesso su mandato dei servizi. In questo caso, invece, lo strumento è stato ripensato e adattato per lavorare in modo più precoce sul tema specifico dei disturbi del comportamento alimentare, anche in un’ottica preventiva, intercettando segnali di disagio prima che si strutturino in forme più complesse.

L’affiancamento viene costruito su misura, mettendo al centro il ragazzo o la ragazza, ma non si limita mai ad un lavoro individuale. L’intervento si sviluppa infatti sia sul territorio, nei contesti di vita quotidiana e nelle relazioni tra pari, sia a domicilio, entrando nelle case e coinvolgendo quindi l’intero nucleo familiare.

Questo permette di agire non solo sui comportamenti visibili, ma anche su ciò che li sostiene: abitudini quotidiane, dinamiche relazionali, pregiudizi, credenze e aspettative.

In questo processo, il cibo rappresenta una chiave di accesso importante, perché profondamente intrecciato alla dimensione affettiva, relazionale, culturale e identitaria.

Lavorare sul rapporto con il cibo significa spesso aprire uno spazio più ampio di riflessione: sul bisogno di controllo, sul desiderio di autonomia, sul senso di appartenenza e di riconoscimento. Accanto agli aspetti più direttamente legati all’alimentazione, l’intervento educativo intercetta infatti anche altre dimensioni significative, come il perfezionismo, il rapporto con il senso del dovere, la difficoltà a esprimere emozioni e bisogni, o il timore del giudizio.

In alcuni casi, quando le parole faticano a trovare spazio, il corpo e il comportamento alimentare diventano un modo per comunicare. L’affiancamento educativo offre allora un contesto protetto in cui questi vissuti possono emergere, essere riconosciuti e gradualmente trasformati, costruendo modalità più consapevoli ed efficaci di espressione.

Intervenire in questa fase significa lavorare sul disagio emergente in un’ottica di prevenzione concreta: non aspettare che il disagio si strutturi, ma cogliere i segnali e accompagnare ragazzi e famiglie nell’affrontarli insieme. È un lavoro che richiede tempo, fiducia e continuità, ma che può aprire possibilità nuove, rafforzando le risorse individuali e relazionali.

In questo senso, l’intervento educativo individuale non è solo una risposta a una difficoltà, ma un’opportunità per generare consapevolezza, sostenere la crescita e costruire cambiamento.

Trovate l’articolo anche nel blog dedicato al progetto

cinema

Cinema in cortile: due serate di cibo che diventa storie e comunità.

Nell’ambito del progetto Food for Fine, sostenuto dalla Fondazione Con i Bambini, abbiamo dato il via a un piccolo esperimento di comunità: due serate di cinema all’aperto nel cortile di un caseggiato di via Botticelli, a Milano, che si sono svolte il 25 giugno e il 2 luglio.

Un contesto semplice, informale, ma incredibilmente vivo e accogliente, capace di trasformarsi in una piazza condivisa per emozioni, pensieri e convivialità.

Nello stesso caseggiato Cogess gestisce lo spazio di prossimità “Il Lato Positivo” all’interno del quale si realizzano diverse attività a favore del quartiere e di chi lo vive: attività di socialità per anziani, sportelli sociali, campus e doposcuola, laboratori per bambini e ragazzi, ludoteca per adolescenti. Lo spazio è anche il luogo nel quale si svolgeranno alcune delle attività del progetto Food for Fine.

Tornando alle due serate, i film proposti, in collaborazione con l’Associazione La Scheggia, non sono stati scelti certamente a caso: “The Crow’s Egg” e “Si Chef! La brigade” raccontano entrambi, con linguaggi e stili diversi, storie che parlano di cibo, dignità e relazioni.

Il primo, The Crow’s Egg, è una pellicola indiana delicata e toccante, che segue le avventure di due fratellini di un quartiere povero di Chennai, decisi a realizzare un sogno semplice ma potentissimo: mangiare una pizza. Un desiderio che si trasforma in un viaggio di crescita e di scoperta, tra ingiustizie sociali e la forza della solidarietà familiare.

Il secondo, Si Chef! (La brigade), è una commedia francese che combina umorismo e impegno sociale. La protagonista, una chef raffinata in cerca di riscatto, si ritrova a lavorare in un centro per minori stranieri non accompagnati. In cucina, tra ingredienti e ricette, sboccia un incontro tra culture, esperienze e umanità.

Attraverso queste storie, il progetto Food for Fine ha voluto sensibilizzare in modo leggero ma profondo sul rapporto con il cibo e su come questo attraversi la nostra vita non solo sul piano fisico, ma anche su quello relazionale, emotivo e sociale. Il cibo come diritto, come desiderio, come linguaggio di cura e come occasione di riscatto.

I due obiettivi principali, coinvolgere le famiglie con ragazzi preadolescenti e adolescenti e parlare di cibo per fare comunità e favorire reazioni nel tessuto sociale, sono stati entrambi raggiunti!

Le proiezioni hanno riscosso una buona partecipazione: bambini, famiglie, adulti e anziani si sono ritrovati sotto le stelle, sfidando il gran caldo di questi giorni pur di vivere insieme un momento diverso. Ad accompagnare i film, una “anguriata” fresca e condivisa ha completato l’esperienza, facendo del cortile un vero spazio di incontro. Un ringraziamento speciale al gruppo di adolescenti che, in quesi due giorni, dal pomeriggio si sono dati da fare per acquistare le angurie, trasportarle e prepararle tagliate e fresche per essere servite, oltre ad aiutarci ad allestire il cortile.

I bambini ci hanno raccontato che l’iniziativa è piaciuta moltissimo, anche se qualcuno ha trovato le proposte piuttosto impegnative:

“Il primo film, con i sottotitoli, era un po’ difficile da capire per me, ma il secondo ci ha fatto ridere tanto!”. In molti sono stati felici di ritrovare gli amici la sera, dopo la giornata trascorsa insieme al centro estivo.

Anche gli adulti hanno apprezzato l’occasione:

“È stata una bella serata da passare con mia figlia di 13 anni. Abbiamo fatto qualcosa insieme che ci ha coinvolte entrambe,” ha raccontato una mamma.

Siamo molto soddisfatti di questa prima iniziativa del progetto. Due serate che hanno unito cinema, riflessione e comunità, e che ci incoraggiano a continuare su questa strada: semplice ma preziosa.

Trovate l’articolo anche nel blog dedicato al progetto

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EAT – Educazione all’Alimentazione sul Territorio

PREVENZIONE E RISPOSTA AI BISOGNI EMERGENTI DEI MINORI: NASCE A MILANO IL PROGETTO EAT 
 
Finanziato dal Bando Cariplo Attenta-mente 2023, “EAT” ha fatto il suo ingresso nel capoluogo  lombardo a metà marzo 2024 e avrà una durata di due anni. 
 
Realizzano e promuovono il progetto cinque realtà, che si occupano dell’importante tema  dell’alimentazione e di tutto ciò che il rapporto con il cibo può raccontare e comunicare di sé: Cogess, Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori, Associazione Nutrimente, Consultorio La Famiglia e Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari dell’Università degli Studi di Milano.

Il Progetto EAT si impegna a mettere in rete soggetti che, con strumenti e modalità integrate, si occupano di emersione del disagio nell’infanzia e nell’adolescenza e di favorire percorsi di benessere, in particolare riguardo al rapporto con il cibo e i disturbi alimentari.

Il progetto “EAT” permette alle famiglie di ottenere risposte immediate, mirate e personalizzate  attraverso il loro coinvolgimento in attività volte a promuovere la consapevolezza, l’educazione  alimentare e il benessere. 
 
Ecco alcune delle attività previste: 
  1. Campagne di Sensibilizzazione: Utilizzo dei social media, realizzazione di manifesti ed eventi  aperti alla cittadinanza per sensibilizzare sull’importanza di un corretto rapporto con il cibo e il  proprio corpo.
  2. Seminari e Conferenze: Incontri con esperti del settore per dialogare e confrontarsi  sull’educazione all’alimentazione, sul tema dei disturbi alimentari e informare su come  mantenere uno stile di vita sano. 
  3. Percorsi Educativi: Affiancamento individuale e di gruppo per favorire la relazione, la cura di  sé e la ricerca del proprio benessere. 
  4. Laboratori di Cucina: Esperienze per riscoprire un avvicinamento al cibo attraverso i sensi e  la creatività. 
  5. Attività Ludiche e Sportive (circo sociale e yoga): Promozione dell’attività fisica, in gruppo,  per favorire la consapevolezza di sé, attraverso la presa di coscienza delle proprie risorse e la  ricerca di equilibrio nelle relazioni. 
  6. Supporto Psicologico: Fornire risorse e supporto per affrontare i disturbi alimentari e le sfide  emotive legate all’alimentazione. 
  7. Ambulatorio adolescenti: Presa in carico dal punto di vista ginecologico delle adolescenti, con  un’attenta valutazione di eventuali variazioni di peso e delle abitudini alimentari. Promozione del  benessere attraverso l’adozione di uno stile di vita corretto. 
Per partecipare al progetto “EAT” si possono compiere questi passaggi: 
 
  1. Informarsi e seguirci: ovvero visitare il sito web ufficiale (www.progettoeat.it) , restare aggiornati sulle campagne  di sensibilizzazione promosse dal progetto tramite social media (pagina IG), manifesti o altri canali di  comunicazione. Condividere queste informazioni con amici e familiari per diffondere la  consapevolezza dell’importanza di un sano rapporto con l’alimentazione e l’immagine corporea. 
  2. Contattarci: Chi ha bisogno di supporto emotivo o prova una situazione di malessere, può  rivolgersi direttamente agli enti coinvolti nel progetto, per ricevere consulenza e orientamento  da professionisti qualificati. Numero verde: 800.644.622 –  Numero responsabile di progetto 335.1378138 – e-mail: info@progettoeat.it Anche nei week end è attivo il numero verde tramite il quale si può contattare il referente per avere  maggiori informazioni, o chiedere una prima visita al Consultorio. 
  3. Partecipare: vengono organizzati eventi, seminari e conferenze nelle quali si possono  incontrare esperti, condividere esperienze e cogliere occasioni formative e di crescita. E’  inoltre possibile essere coinvolti attivamente nel progetto tramite la partecipazione diretta a  workshop, laboratori e attività che di volta in volta vengono promosse. 
Il progetto EAT è un’occasione per promuovere una cultura basata su un rapporto sano con la propria  alimentazione e con sé stessi. La partecipazione di ciascuno può fare la differenza nella propria vita, in quella  di chi si ha vicino e nella comunità.